“Amo il qui ed ora…”: l’esperienza fotografica di Michele Monasta

La terza tappa del viaggio di Operafashion nella fotografia di scena è dedicata all’arte di Michele Monasta.

Fotografo di scena da più di 20 anni, Michele Monasta ha documentato i più importanti teatri lirici e di prosa italiani divenendo fotografo ufficiale del prestigioso Teatro del Maggio Musicale di Firenze. Amante dell'”espressione emotiva in tutte le sue forme”, all’attività di fotografo di scena coniuga quella di wedding reporter con l’obiettivo di raccontare per immagini un giorno indimenticabile, in tutta la sua naturale e spontanea bellezza.

Lei è fra i più apprezzati fotografi di spettacolo in Italia. Da dove ha iniziato? E quando ha capito che la fotografia era la sua strada?

Mi sono avvicinato alla fotografia proprio grazie al teatro. Ho sempre fatto teatro, come attore, in vita mia… da quando avevo 6 anni quando, in vacanza a Parigi con la famiglia, mi innamorai di un mimo di strada (scuola Marcel Marceau). E proprio frequentando le prove, il palco, il dietro-quinta, le luci, le ombre… sentivo la necessità di fermare ciò che vedevo e soprattutto ciò che provavo. Mi sono, così, avvicinato alla fotografia in adolescenza come autodidatta, prima, e poi supportato da un maestro: il grande artista scozzese Ian McColl insegnante (all’epoca) di fotografia e scultura all’Università di Stirling con il quale passai tre lunghe estati frequentando corsi intensivi di fotografia. Negli anni ho portato avanti il teatro come passione e la fotografia come professione: pubblicità, moda, eventi, matrimoni e tanta tanta fotografia di scena.

Il suo rapporto con la macchina fotografica e con i grandi fotografi del passato. Chi l’ha ispirato e chi è, se c’è, uno dei tuoi maestri spirituali?

Ho un rapporto con la macchina fotografica molto intimo… un modo di osservare la realtà come dal buco della serratura. Spesso mi trovo a guardare dentro la macchina per minuti e minuti senza scattare nulla fino a che non ne sento l’estrema necessità. Ma non fotografo tutto. Amo le relazioni umane, le espressioni dei sentimenti che avvengono in un momento specifico e irripetibili. Ecco perché il teatro o i matrimoni… il “qui e ora”… sono eventi che racchiudono mille sfaccettature di emozioni espresse in un lasso di tempo relativamente breve. Adoro Doisneau, Mario Testino, Gianni Berengo Gardin, Vivian Maier, Danny Clinch… quando la fotografia di scena diventa reportage.

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Per Michele Monasta, quali sono i caratteri distintivi della fotografia di scena?

Qui si tocca un tasto delicato. Quando ho iniziato a fotografare in teatro, per passione, cercavo di incrociare gli sguardi degli attori, essere il più dentro possibile all’azione per esserne coinvolto (visivamente ed emotivamente), ma la professione richiedeva un risultato diverso, più di documentazione frontale… la memoria degli allestimenti scenici era più importante del racconto dello spettacolo… questo dovuto prevalentemente a necessità e impedimenti tecnici: la lontananza dalla scena per l’eccessivo rumore dello scatto, la staticità dovuta all’utilizzo del cavalletto e  alla posizione centrale richiesta dalle direzioni artistiche.

Oggi ritengo che la fotografia di scena non possa più essere solo “documentazione” o “archivio di allestimenti, non l’ho mai pensato e non ho mai fotografato solo con quello scopo. Credo che oggi le foto “debbano” raccontare molto di più: la tecnologia ci permette di scattare molto di più, avvicinarci molto di più… quindi è necessario che le immagini aiutino a raccontare veramente cosa c’è dietro e dentro lo spettacolo. Inoltre,  credo che questo aspetto sia fondamentale per aiutare i teatri a riportare il pubblico ad emozionarsi di persona assistendo ad uno spettacolo dal vivo. Certo non basta più “saper fare” le foto, si deve amare ciò che si va a fotografare, conoscere lo spettacolo che andremo a raccontare, conoscerne gli interpreti: come si muovono, come agiscono e reagiscono, come si emozionano e quando… essere nel posto giusto al momento giusto! Tutto, ovviamente, nel rispetto narrativo del soggetto e della lettura del regista. Lo chiamerei “reportage di scena”.

Michele Monasta, Maria Josè Siri in “Nabucco” di G. Verdi, Maggio Musicale Fiorentino, 2020

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Ci parli nello specifico del processo fotografico. Come si muove nella fase di ricerca e poi di realizzazione di un lavoro? Con quale criterio si fotografa un’opera lirica? Ed un recital di canto? Ed un concerto sinfonico?

A mio avviso, l’opera lirica è la massima espressione artistica che si possa fotografare in teatro, poiché racchiude in se’ tutte le discipline che potremmo incontrare in scena: la prosa (con i recitativi), il canto, la danza, allestimenti sontuosi o minimalisti, spostamento di grandi masse di persone o piccoli duetti… commedie, tragedie (soprattutto). Per come amo scattare io le foto di scena, per me è necessario entrare nel profondo di ciò che andrò a raccontare; quindi amo seguire le prove fin dai primi incontri, anche senza fotografare, per imparare lo spettacolo, la musica, la regia… per entrare in relazione con il regista, il direttore d’orchestra, il cast, tutte persone che si dovranno abituare alla mia presenza (sempre molto discreta e rispettosa) ma che mi permetteranno di conoscere e impararne i movimenti, le espressioni e le varie sfaccettature umane e artistiche.

Michele Monasta, Teresa Iervolino in “Linda di Chamounix” di G. Donizetti, Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, 2021

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Per i recital di canto o un concerto sinfonico è sicuramente più semplice il processo di avvicinamento ma è pur sempre necessario, quando è possibile, conoscere i brani che verranno cantati o i movimenti che verranno suonati dall’orchestra per poter enfatizzare un espressione del volto o un assolo di uno strumento in particolare senza rischiare di farsi trovare impreparati considerando anche che nei concerti sinfonici, spesso, l’attenzione ricade sul direttore o sull’eventuale solista, se ve ne fosse uno, di canto o di strumento…    interessante è, quindi, sapere chi dirigerà o chi sarà, per esempio, il violinista solista, per poterne esaltare le caratteristiche espressive e le movenze.

Michele Monasta, Riccardo Muti dirige la Chicago Symphony Orchestra al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino

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Dal suo punto di vista, che cosa accomuna musica e fotografia?

Sia la fotografia che la musica sono espressioni artistiche e in quanto tali soggette a lettura/ ascolto soggettivi… ogni ascoltatore o osservatore ci troverà i propri tratti emozionali distintivi… quindi la fotografia, come la musica, più sfumature contiene, più piani di lettura contiene, più intensità di emozioni contiene e più sarà intensa l’esperienza espressiva che potrà trasmettere. Come ci sono delle note, degli accordi o parti di melodie che ci risvegliano emozioni profonde… così anche nel vedere un particolare gesto, un sguardo, si possono risvegliare nella nostra memoria sensazioni familiari che ci riportano in superficie emozioni più o meno intense.

Lei hai fotografato grandi star internazionali della musica classica, dell’opera lirica ed alcuni fra i più grandi direttori d’orchestra del mondo. Credo siano esperienze indimenticabili, come ha vissuto e vive questi momenti.

Sono sempre molto affascinato e curioso nel conoscere grandi artisti, non tanto per la loro fama (cosa che non mi ha mai smosso troppo) ma quanto per il vissuto e il bagaglio culturale che si portano dietro. Quando incontro Barenboim, Mehta, Muti, Gardiner, Pollini, Placido Domingo, Leo Nucci, Anna Netrebko, Krassimira Stoyanova, Sonya Yoncheva, Cecilia Bartoli, Fabio Sartori, Juan Diego Florez… mi immagino sempre quanto vissuto hanno quelle mani, che peso hanno quei gesti, quanto studio e sacrificio c’è dietro un acuto o una particolare dinamica nella voce e tutto questo aumenta il mio livello di intensità di osservazione come se volessi carpire  qualche segreto con un semplice scatto.

Michele Monasta, Sir John Eliot Gardiner dirige l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino

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Esiste una scissione tra Monasta fotografo e Monasta uomo?

Assolutamente no. L’attenzione con cui mi rapporto al mondo, alle relazioni umane e affettive e la curiosità che ho nei confronti delle persone e del loro vissuto sono le stesse che mi spingono a fare il fotografo… certo è che quando fotografo quello che vedo non è “tutta la realtà”. Ricordiamoci che una foto non mostrerà mai cosa c’è al di là dei bordi  dell’inquadratura, quindi è solo una piccola parte, un punto di vista concentrato e isolato dal resto e in un momento specifico.

Michele Monasta, Marjorie Owens in “Der fliegende Holländer” di R. Wagner, allestimento di Paul Curran, Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, 2019

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C’è una fotografia alla quale è particolarmente legato?

Ci sono molte foto alle quali sono legato ma vorrei sceglierne un paio che racchiudono quegli elementi di cui abbiamo parlato. La prima è un’immagine che ritrae la soprano Taisiya Ermolaeva in un Fidelio andato in scena al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino nel 2014, nell’allestimento di Venti Lucenti. La  cantante si volta disperata verso una quinta per dare le spalle a un suo collega con cui stava duettando. Aspettavo quel momento, quel volto visto in prova che tanto mi aveva emozionato  e mi sono fatto trovare là dalla parte dove sapevo che avrebbe rivolto la sua espressione di dolore.

Michele Monasta, Taisyia Ermolaeva in “Fidelio”di Beethoven, Teatro del Maggio Musicale Fiorentino e Venti Lucenti, 2014

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L’altra foto è uno scatto realizzato a Daniel Barenboim durante un concerto al Teatro del  Maggio Musicale Fiorentino a luglio 2019. Mi hanno catturato le mani sapienti del pianista che scorrevano sul pianoforte, che portava il suo nome, e il tutto incorniciato da un palco che dal pubblico appare nero, elegante e perfetto, ma che da vicino mostra tutti i segni della sua storia… un po’ come le rughe di un anziano pianista.

Michele Monasta, Daniel Barenboim e Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino, 2019

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Lei è fotografo ufficiale del Teatro del Maggio Musicale a Firenze: che cosa rappresenta lavorare in uno dei teatri più importanti d’Italia?

È sicuramente una grande emozione e un onore che si rinnova ogni volta che varco quella soglia. È un teatro al quale sono molto legato, fin da quando era il “vecchio Comunale” in via Solferino e dopo il nuovo Teatro del Maggio in Piazza Vittorio Gui, perché, oltre a essere il teatro della mia città, è un logo nel quale andavo da bambino, un palco che ho calcato molte volte come attore e nel quale ho sempre sperato di lavorare come fotografo. Conosco tutti, tecnici, scenografi, fonici, truccatori, sarte, è un po’ come una grande famiglia, quindi sono molto contento.

Michele Monasta, Backstage, Orchesta del Maggio Musicale Fiorentino

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In un mondo di artisti come quello del teatro, lo sguardo del fotografo viene esaminato da altri creatori come i registi, i direttori di scena, gli scenografi, i costumisti. Come si rapporta con loro?

La sintonia con chi lavora a uno spettacolo è fondamentale per la riuscita finale del servizio. C’è sempre uno scambio molto interessante e produttivo con chi lavora a un allestimento. Quando mi avvicino alle prove cerco di capire non solo come sarà lo spettacolo ma anche come vorrebbero che fosse il regista, lo scenografo… perché così capisco anche cosa vorrebbero che si vedesse esaltato nelle foto. Quando ci si avvicina alla messa in scena, durante la creazione delle luci, il confronto diventa biunivoco e utile a entrambi, perché il regista mi spiega cosa vorrebbe ottenere e, di conseguenza, cosa vorrebbe ritrovare nelle foto ma spesso mi chiede anche un riscontro se ciò che si viene a delineare è gradevole e  funzionale fotograficamente soprattutto nel rapporto luci e ombre.

C’è un posto privilegiato, all’interno del Teatro del Maggio, da dove scattare?

In realtà non c’è un logo che prediligo per scattare, ho la fortuna di potermi muovere in libertà in tutti i luoghi del teatro, quindi dipende molto da cosa accade in scena per scegliere quale sia il punto di vista migliore. Ovviamente è fondamentale rispettare tutte le innumerevoli persone che lavorano intorno a una produzione in maniera da non intralciare nessuno. In teatro il fotografo deve essere invisibile. Però, dopo aver realizzato il servizio completo a uno spettacolo, mi piace tornare durante una replica in più per scattare da dietro le quinte per catturare momenti più intensi dei singoli artisti sia in scena che nel backstage.

Michele Monasta, “Der fliegende Holländer” di R. Wagner, allestimento di Venti Lucenti, Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, 2019

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Pensa che la rivoluzione di Instagram abbia influenzato il mondo della fotografia? Oggi tutti scattano…

È vero, oggi tutti scattano, lo “strumento” è alla portata di tutti, però credo che sia superato il tempo in cui, con l’avvento del digitale, si pensava che tutti si potesse essere fotografi. Oggi, proprio perché si vede di tutto, si comincia a ridistinguere quando una foto è fatta da un professionista e quando no… inoltre prima le  foto le  guardavano in pochi appassionati, mentre oggi ci si nutre di immagini continuamente a tutti i livelli, quindi si sta sviluppando una cultura dell’immagine molto profonda e  diffusa. E  questo, inconsapevolmente, è  comunque  un bene perché ci educa al bello a all’arte visiva… ma questo è un altro discorso… Certo è che in un fiume di immagini che scorre velocemente, uno scatto, per quanto bello o significativo sia, sparisce nel tempo di un “aggiorna la pagina”… quindi è sempre più importante che una serie di immagini raccontino qualcosa piuttosto che una singola immagine si speri diventi iconica.

Quale aggettivo rappresenta meglio la sua fotografia?

Intima.

Michele Monasta, Karina Demurova in “Carmen” di G. Bizet, Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, 2019

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Ha qualche progetto ancora non realizzato che mira a raggiungere?

Mi piacerebbe seguire una compagnia di ballo in una tournée. Si sa che la fotografia della danza sia la più difficile in quanto, oltre a valere tutto quello detto finora, si deve rispettare al massimo l’espressione corporea del movimento nell’esatto istante in cui esso viene compiuto correttamente… un attimo prima e ancora non ci siamo… un attimo dopo ed è passato. Ho scattato molte volte spettacoli di danza e mi sono accorto quanto sia importante seguire le prove per imparare a memoria le coreografie e come i ballerini le interpretano per poter poi scattare al meglio… ma non bastano mai… Bellissimo, quindi, sarebbe poter approfondire con più tempo un percorso del genere.

Michele Monasta, Martha Graham Dance Company, Teatro del Maggio Musicale Fiorentino

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Michele Monasta, prova di “Cenerentola” di Jiří Bubeníček, Nuovo Balletto di Toscana, Teatro del Maggio Musicale Fiorentino

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